Salì vasà, Madagascar 2013

domenica 25 agosto 2013
Salì vasà, Madagascar 2013

 

"Salì vasà!" (Ciao straniero!): questo è il saluto che ci ha accompagnati lungo tutto il percorso dei nostri viaggi in jeep con le voci squillanti di bambini che, al nostro passaggio, uscivano dalle capanne ed agitavano le mani guardandoci con occhi eccitati e incuriositi... non è cosa di tutti i giorni vedere tanti vasà al villaggio!

ACCOGLIENZA è la prima parola che mi viene in mente pensando alla mia esperienza in Madagascar. Io e i miei compagni di viaggio siamo stati accolti dalla comunità salesiana, dalle persone di Bemaneviky e dei villaggi che abbiamo visitato come se fossimo di famiglia, ci hanno fatto entrare nelle loro capanne per partecipare alla benedizione della casa, i bambini non hanno esitato a prenderci subito per mano per giocare insieme. CREATO è la seconda parola: in Madagascar la sua bellezza lascia senza fiato ed il cielo stellato che ho visto su Bemaneviky è una delle cose più belle che abbia mai visto in vita mia: sembrava quasi che le stelle cercassero di farsi spazio le une tra le altre per quanto erano numerose e sembravano facessero a gara a chi riusciva a brillare di più.

Abbiamo trascorso due settimane ricche di esperienze e testimonianze: la prima, forte e costante, quella di don Giovanni Corselli, missionario instancabile che fa chilometri a piedi per andare a visitare villaggi,che si inginocchia davanti agli ammalati, che è  padre per tante persone che bussano alla porta della missione. Potrei scrivere pagine e pagine per descrivere le nostre giornate malgasce, ma non riuscirei a trovare parole adatte per descrivere quello che il Madagascar mi ha regalato. Il confronto con realtà, culture, stili di vita, abitudini diversi, la possibilità di ammirare le bellezze della natura, restare sola con me stessa e riguardare la mia vita con occhi diversi, la vita di gruppo, i racconti di vita, le difficoltà quotidiane, il contatto con le persone....per questo e tanto altro sento di dover ringraziare il Signore.  Il contatto con i poveri mi ha fatto sentire povera: loro poveri materialmente, io povera dentro perché perseguitata dalle paure e preoccupazioni di tutti i giorni che soffocano l'ESSENZIALE.

Il ritorno è stato traumatico e sto vivendo sulla mia pelle quel mal d'Africa di cui ho tanto sentito parlare.

La prima vera missione è nella propria terra...è difficile accettarlo, ma è così. Adesso, però, abbiamo la carica giusta per affrontarla al meglio e, quando il coraggio, la pazienza, l'entusiasmo ci verranno meno, chiuderemo gli occhi e saremo di nuovo a Bemaneviky. Possiamo farlo perché è impressa nel nostro cuore. Possiamo farlo perché ormai è parte di noi.

 

 Marina Tripodi, Salerno

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