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Il Sistema Preventivo attualizzato
La riscrittura attualizzata del "Trattatello sul Sistema Preventivo nella educazione della gioventù", a 150 anni dalla stesura del testo di don Bosco, nasce dal contributo dei salesiani e dei laici delle Comunità Educativo-Pastorali del sud Italia, dell’Albania, del Kosovo e del Montenegro, riuniti in occasione del Convegno di Pastorale Giovanile, svoltosi a Napoli dal 28 al 30 agosto 2026. Il lavoro di sintesi e l’elaborazione finale del documento sono stati curati dai docenti dell’Istituto Universitario “Don Giorgio Pratesi” di Soverato (CZ), dell’Ispettoria Salesiana Meridionale: i professori Roberto Alessandrini, Maria Angela Ambrogio, Antonio Bomenuto e Rosa Fiore. Il seguente documento ha l’obiettivo di favorire lo studio e l’approfondimento comunitario del Sistema Preventivo nelle Case salesiane dell’Ispettoria, per rendere ancora oggi il modello pedagogico di don Bosco concreto e praticabile nei diversi contesti territoriali.
Nel dibattito pubblico odierno i giovani vengono raccontati quasi esclusivamente attraverso vicende estreme, che li dipingono alternativamente come eroi straordinari o come vittime indifese. Questa narrazione ignora la realta` delle loro vite, caratterizzate da percorsi frammentati, precari e instabili, profondamente diversi da quelli lineari e strutturati delle generazioni precedenti. Di fronte a un presente che li schiaccia sotto il peso della prestazione e della misurazione costante di ogni risultato, la difficoltà di crescere non è più un problema del singolo, ma lo specchio di una crisi sociale che privilegia la produttività a scapito dell'identità personale. L'educazione richiede un metodo che valorizzi la persona e prevenga il disagio anticipandone le manifestazioni nella convinzione che in ogni giovane esiste una corda vibrante, un punto sempre accessibile al bene.
Esistono da sempre due approcci: il sistema punitivo e il sistema preventivo. Il primo interviene solo dopo l'errore. Basandosi su regole imposte dall'alto, sorveglianza distaccata e sanzioni, non genera consapevolezza, ma solo risentimento, paura o abilità nel non farsi scoprire. Il secondo anticipa l'errore creando un ambiente sicuro, accogliente e stimolante. Gli educatori non sono giudici, ma guide autorevoli che accompagnano i giovani aiutandoli a comprendere l’importanza delle regole facendo leva su ragione, religione e amorevolezza.
RAGIONE
La ragione è la capacità di abitare la relazione educativa per accompagnare i giovani alla conoscenza di se´, degli altri e della realtà, affinchè possano diventare progressivamente protagonisti consapevoli e responsabili della loro vita.
È dialogo che supera l'imposizione; pensiero critico che permette di comprendere la complessità; comunicazione positiva che apre all'incontro; empatia che collega la mente al cuore; relazione e legame che rendono possibile la fiducia. Ma è anche lo sforzo di evitare percorsi educativi preconfezionati; motivazione che riannoda il filo dell'esperienza; presenza che diventa capacità di “stare”; accoglienza della vulnerabilità che libera dalla tirannia della prestazione; futuro che diventa desiderio e progetto.
Relazione e empatia
La ragione non è un esercizio freddo o distaccato, ma una pratica relazionale che rende i giovani protagonisti attivi della propria crescita, e non semplici spettatori. Questo approccio unisce strettamente la mente al cuore: ragionare non significa cancellare le proprie fragilità, i desideri o le emozioni, ma imparare ad accoglierli per compiere scelte più consapevoli. In quest'ottica, la razionalità diventa uno strumento per comprendere la realtà, dare un nome al proprio vissuto e confrontarsi con gli altri, aiutando a valutare limiti e opportunità per costruire il proprio progetto di vita. Proprio per questo, l'educazione non deve mai imporre l'obbedienza o manipolare, ma ha il compito di stimolare la capacità di scegliere e il senso di responsabilità.
La ragione come corresponsabilità
La ragione diventa così uno spazio utile a liberarsi dall'ansia della prestazione e a fare buon uso del fallimento. La vulnerabilità non è un difetto da correggere, ma il punto di partenza per riscoprire sè stessi in modo autentico, imparando a socializzare, comunicare e stringere legami reali.
Per gli educatori, questo approccio richiede la capacità di "dimorare" profondamente nella vita dei ragazzi, ascoltando i loro bisogni reali senza giudicare o imporre soluzioni. Non basta una vicinanza fisica: serve una prossimità intelligente capace di restare al fianco dei giovani anche nei momenti di incertezza e caos, andando oltre le apparenze per capire le motivazioni profonde dei loro comportamenti. Infine, la ragione stimola nei ragazzi la capacita` di scelte autonome e responsabili e invita gli educatori a mettersi continuamente in discussione.
Ragione e ambiente educativo
L’educazione non può prescindere dalla cultura e la cultura non può essere separata dalla dimensione sociale. Per questo motivo, il compito degli educatori e` di offrire ai giovani stimoli culturali di alto livello ed esperienze di confronto significative per aiutarli a sviluppare un pensiero critico e a interpretare la realtà.
Questo processo richiede spazi e tempi di condivisione reale. Non è possibile comprendere i bisogni dei ragazzi osservandoli da lontano; è necessario invece "abitare" i loro stessi luoghi. In quest'ottica, il cortile fisico riacquista una centralità fondamentale come spazio in cui emergono spontaneamente relazioni, conflitti e domande. A questo si affianca oggi il "cortile digitale", un ambiente virtuale in cui i giovani vanno aiutati a sviluppare la stessa consapevolezza critica, imparando a verificare le fonti, riconoscere le manipolazioni e comprendere le conseguenze delle azioni online. La quantità e la velocità delle informazioni, prive di una cornice che le inquadri e le orienti, condannano a vivere in un eterno presente con l’effetto di privilegiare il frammento e di rendere impossibile creare narrazioni e pensieri di lunga durata.
Anche per questo l'educazione deve spingere lo sguardo oltre - anche oltre il cortile e oltre l’oratorio - per accompagnare i ragazzi a riflettere sulla loro identità profonda. Questo percorso si realizza anche attraverso la capacità di accogliere la "nostalgia del futuro": un atteggiamento che valorizza il passato con gratitudine, ma senza farsi imprigionare, vive il presente in modo attivo, e si apre al domani con la consapevolezza di poterlo costruire da protagonisti.
RELIGIONE
Oggi il concetto di religione assume forme più intime e soggettive rispetto al significato tradizionale. Credere continua a rappresentare un'esperienza esistenziale profonda, capace di spingere la persona ad agire da cittadino nella comunità. Il pilastro della religione puo` essere ripensato come una proposta antropologica di senso. In una società frammentata, segnata dal nichilismo e dall'incertezza, la spiritualità può offrire un orizzonte e un significato profondo all’esistenza. Educare alla dimensione spirituale significa accompagnare i giovani a scoprire la propria unicità e la propria vocazione, intercettando quel bisogno di bellezza e di infinito che abita in ogni persona. Da qui nasce il concetto di “competenza spirituale”: non si tratta semplicemente di trasmettere assunti dogmatici, ma di affinare la coscienza, al fine di comprendere “per chi” e “per che cosa” vivere, contrastando il vuoto esistenziale.
La ricerca di senso
Uno degli aspetti centrali dell'educazione religiosa consiste nell'accompagnare i giovani nella loro ricerca della spiritualità, del senso della vita e della ricerca di sè stessi anche dentro l’umano. Le nuove generazioni manifestano, infatti, una profonda domanda di senso, di scopo, di felicità e di autorealizzazione. Queste istanze costituiscono una preziosa «porta educativa», attraverso la quale si puo` entrare in relazione in modo discreto ed efficace. L' obiettivo non è fornire immediatamente risposte preconfezionate, ma sostenere i giovani nella ricerca e nella costruzione di relazioni capaci di dare risposta alle domande fondamentali dell'esistenza. Tuttavia, l'interiorità da sola non coincide ancora con la religione. Il passaggio decisivo consiste nel transito dal monologo dell'”io” al dialogo con il “Tu” di Dio. La spiritualità cristiana, si fonda su una relazione personale e viva con il Creatore. Questa dimensione verticale, cioè l'apertura a Dio, si traduce necessariamente in una dimensione orizzontale: la relazione con gli altri. La religione, quindi, integra la persona, le relazioni, le scelte, i valori e la vita quotidiana. Non e` una parentesi domenicale ne´ un settore isolato dell'esistenza.
Dal precetto allo slancio creativo
Nella spiritualità salesiana, la preghiera e l'incontro con il Trascendente si incarnano nella quotidianità: nel lavoro fatto bene, nello studio, nell'amicizia, nel gioco e nell'esperienza della festa. La fede, quindi, non è un elemento aggiunto alla vita, ma una dimensione capace di attraversarla e darle unita` e significato. È necessario favorire un'identità cristiana concreta e vissuta attraverso l'integrazione armonica tra rito, catechesi, annuncio, dimensione morale e vita comunitaria. La proposta della fede deve rispettare i tempi e la libertà di ciascuno, trasformando l'ambiente educativo in uno spazio nel quale anche il dubbio, la ricerca, la non-credenza e l'appartenenza a culture e fedi differenti possano trovare cittadinanza. Il dialogo interreligioso e interculturale diventa così espressione dell'amore preventivo: accogliere i giovani “lì dove si trovano” e accompagnarli in un cammino condiviso verso una pienezza di vita.
Una delle sfide dell’educazione religiosa è trasformare la religione da pratica subita a esperienza significativa, capace di rispondere alla «sete di senso». E` importante aggiornare il linguaggio religioso senza svuotarne il significato autentico: il senso cristiano, infatti, non è costruito arbitrariamente, ma cercato e riconosciuto nell’incontro con una Verita` che si offre come dono. Per questo dobbiamo «sostare» nel mondo e accanto ai giovani, aprendoci all’intergenerazionalità, al dialogo tra culture e alla costruzione di comunità. In questo senso, religare significa legare e tenere insieme le persone.
AMOREVOLEZZA
L’amorevolezza è il modo di vivere la relazione educativa che nasce dall’essere consapevoli di essere amati da Dio e che rende concreto questo amore nella cura quotidiana dei giovani. È una presenza che li fa sentire accolti, riconosciuti, coinvolti e accompagnati, capaci di guardare oltre l’errore e la fragilita`, ascoltandone le reali esigenze e riconoscendoli come protagonisti e interlocutori.
“L’educazione è cosa di cuore”
L’amorevolezza nasce e costruisce relazioni vere, nelle quali non si può fingere; esse si manifestano nella misura in cui sono realmente presenti nel cuore dell’educatore. Non si tratta semplicemente di una tecnica, ma di una “grammatica missionaria, atteggiamento che nasce dal cuore che non giudica e che si traduce in gesti concreti di attenzione e vicinanza in una triplice direzione: verso sè stessi, verso gli altri e verso Dio. Uno stile di vita per l’educatore che deve essere consapevole del necessario rispetto da riservare ai giovani, senza dare nulla per scontato, abbandonando la pretesa di conoscere tutte le risposte e sviluppando la capacità di far strada insieme nel rispetto reciproco. L’educatore dovrà pertanto lasciarsi interrogare dai giovani e dalla loro situazione concreta, favorendo uno scambio reciproco e non un rapporto univoco. La vita e la storia dei ragazzi non è “terra da colonizzare”; siamo invitati ad andare incontro ai loro bisogni conoscendo e studiando la realta` nella quale vivono, scoprendo quali nuove difficoltà devono affrontare e quali nuove risorse oggi posseggono.
In oratorio, oltre l’oratorio
Ritrovare il cortile in ogni frontiera significa andare incontro ai giovani lì dove sono, con creatività e speranza, senza aspettare semplicemente che arrivino in oratorio, ma avendo il coraggio di uscire per incontrarli nei luoghi in cui vivono. Ci interessa il loro mondo e la loro vita, anche quando essa si svolge al di fuori e aldilà dell’oratorio. La relazione vera vissuta tra educatori e giovani può diventare un mezzo capace di accompagnarli anche verso la scoperta di una relazione personale con il Signore. L’amorevolezza dell’educatore può essere segno concreto dell’amore di Gesù soprattutto per chi non ha avuto altro modo di sperimentarlo. In questo senso è significativo il riferimento al Buon Pastore, che va alla ricerca dell’unica pecorella smarrita. Anche l’educatore e` chiamato a non accontentarsi di chi già partecipa alla vita dell’oratorio e ne vive le proposte, ma a cercare soprattutto chi è più lontano, più fragile o più difficile da raggiungere. Il percorso sacramentale deve seguire questa logica: “Non obbligare ai sacramenti, ma farne apprezzare la bellezza”. Non una fede imposta, ma frutto di un incontro mediato con Dio e di un ascolto profondo e non strumentale dei giovani. Per evitare di chiudersi in una pastorale della conservazione e in uno scontato “abbiamo sempre fatto così” per far spazio alle novità dello Spirito.
IL VALORE DELLE REGOLE
Se non si limita a essere una mera imposizione dall’alto o uno strumento autoritario di controllo e sottomissione, il rispetto delle regole è una condizione fondamentale per la tutela della libertà, della convivenza, della crescita personale, della formazione di cittadini non obbedienti, ma liberi, critici e capaci di prendersi cura del bene comune. Quando vengono interiorizzate e sono motivate, chiare e proporzionate le regole garantiscono la libertà di tutti e proteggono gli individui e le comunità, aiutano a comprendere il senso profondo del limite e diventano una bussola per orientarsi nel mondo. Se i limiti non vengono semplicemente comunicati, ma discussi e stabiliti insieme, nel riconoscimento dei ruoli e dell’età, il rispetto delle regole non nasce dal timore della punizione, ma dal senso di appartenenza a un gruppo e dall’adesione all’impegno preso.
La stessa disciplina, se non è un’imposizione esterna e autoritaria, può essere intesa come un percorso di emancipazione dall’arbitrio, quindi dall’agire casuale, e dalla dipendenza immediata da un adulto – docente o educatore – che obbliga a seguire istruzioni senza suscitare autonomia.

