La speranza del Giubileo

mercoledì 7 gennaio 2026
La speranza del Giubileo

Con la chiusura delle Porte Sante delle Basiliche vaticane, si conclude il tempo del Giubileo. Un tempo intenso, segnato da gesti semplici e solenni insieme, che ha invitato credenti e non credenti a fermarsi, attraversare una soglia, rimettere in cammino la propria speranza. La chiusura delle Porte non segna però una fine definitiva, ma piuttosto il passaggio a una fase nuova, in cui ciò che è stato vissuto è chiamato a diventare vita quotidiana.
Dopo questi dodici mesi, nel tentativo di fare sintesi, don Carlo Cassatella ha provato a rispondere a tre domande sulla base del suo vissuto, come Parroco all’Istituto "Redentore" di Bari e confratello salesiano nella grande comunità dell'Ispettoria Salesiana Meridionale:
Che cos’è la speranza che si è manifestata in quest’Anno Santo? Come si è resa visibile? Quale mandato ci lascia?    


Attendevo il Giubileo con gioia. Lo consideravo una grande opportunità pastorale per la comunità che mi sarei trovato a servire. E così è stato. Ero però anche perplesso per la scarsa rilevanza che sembrava circondare l’appuntamento: se ne parlava poco, i calendari pastorali erano scarni, l’inno non mi piaceva particolarmente. Persino la Bolla di indizione non era stata accolta con l’entusiasmo che mi aspettavo. Poi è arrivato il 29 dicembre 2024, giorno dell’inaugurazione del Giubileo nelle Chiese locali. Non solo a Bari, ma - come mostravano le immagini - in molte cattedrali, si è riversato un fiume inatteso di persone. Ancora una volta, come era accaduto a Efeso e nel 1300, nel primo Anno Santo, è stato il santo e fedele popolo di Dio a condurre i suoi pastori sul sentiero della misericordia e dell’indulgenza.
Il "fiuto" di Papa Francesco aveva colto che il "profumo" della Speranza avrebbe inebriato la vita dei fedeli e ne avrebbe guidato il passo. Come aveva intuito, tutti erano in attesa di segni di speranza: detenuti, ammalati, giovani, migranti, anziani, poveri (Snc 10-15).

Che cos’è la speranza che si è manifestata in quest’anno?
Innanzitutto è stata il desiderio di saperne di più: le domande poste, la curiosità per l’evento, l’interesse con cui sono state accolte le catechesi "in pillole", realizzate grazie alle infografiche prodotte dall’Ufficio di Comunicazione Sociale dell’Ispettoria.
È stato un rinnovato senso di appartenenza alla Catholica, a quella famiglia di battezzati più grande della propria comunità locale, talvolta segnata da fatiche, lentezze e limiti che rischiano di rendere asfittiche le mura del proprio tempio.
È stata anche l’apertura del cuore all’eternità: quella “beata speranza” che talvolta rimane troppo sullo sfondo della predicazione e della riflessione del nostro annuncio.

Come si è resa visibile la speranza?
Posso dire di aver visto realizzati alcuni dei segni di speranza auspicati da Papa Francesco.
Certamente, pur con le sue lacune, è continuata quella presenza di speranza rappresentata dal servizio ai piccoli e ai giovani del nostro territorio.
Speranza visibile è stato il Giubileo celebrato dagli ammalati, grazie alla cura instancabile dei ministri straordinari dell’Eucaristia. Nelle loro case hanno potuto vivere, con commozione e devozione, i sacramenti dell’Unzione e della Penitenza, pregare per il Papa, rinnovare la professione di fede e venerare una preziosa reliquia della Santa Croce, accolta con grande rispetto.
Il cammino di speranza si è fatto tangibile nei sette pellegrinaggi alle altrettante chiese giubilari della nostra Diocesi. La bellezza del camminare insieme è divenuta profezia di una missione vissuta in modo sinodale dalla comunità educativa e pastorale. Importante è stata anche l’esperienza della “domenica giubilare”, che ha permesso a quanti non potevano uscire dalla città di farsi pellegrini verso la Cattedrale, dopo una mattinata di riflessione e un momento conviviale.
Ero molto perplesso circa la possibilità di realizzare il pellegrinaggio a Roma, ma le richieste sono state così numerose che, alla fine, con soddisfazione di tutti, abbiamo visitato anche le quattro basiliche papali.
La solidarietà di tanti verso i poveri, anche attraverso ingenti gesti di beneficenza, ha fatto brillare la speranza di una società meno distratta di fronte alle fragilità.
Gli esercizi spirituali, organizzati in unità di tema e di stile con alcune comunità parrocchiali dell’Ispettoria, hanno permesso di approfondire il dono teologale della speranza, con quella passione che solo la Parola di Dio sa accendere nel cuore delle donne e degli uomini.

Che mandato ci lascia?
Molto si potrebbe dire sull’eredità di questi 365 giorni ormai alle spalle, ma a ben vedere essa era già consegnata nel testo dell’inno giubilare che ci ha accompagnati quotidianamente.

«Ogni lingua, popolo e nazione trova luce nella tua Parola. Figli e figlie fragili e dispersi sono accolti nel tuo Figlio amato». Il primo lascito è la consapevolezza di dover custodire l’ascolto della Parola, che illumina e ci rende attenti alle debolezze dei compagni e delle compagne di cammino. «Tutti! Tutti! Tutti!» attesi dal Figlio nel quale Dio ci colma di amore.

«Dio ci guarda, tenero e paziente: nasce l’alba di un futuro nuovo. Nuovi cieli, terra fatta nuova: passa i muri Spirito di vita». In secondo luogo, siamo chiamati alla novità dello Spirito: un modo bello e concreto per dire conversione. È lo Spirito che guida la comunità dei credenti su strade non ancora battute, quelle percorse da don Bosco “fino alla temerarietà”, lasciando sentieri ormai deserti che, pur nella loro ordinarietà, ci fanno sentire al sicuro, per avventurarci invece su percorsi appena illuminati dall’alba della Pasqua, promessa di cieli nuovi e terra nuova.

«Alza gli occhi, muoviti col vento, serra il passo: viene Dio, nel tempo. Guarda il Figlio che s’è fatto Uomo: mille e mille trovano la via». L’ultima consegna è una rinnovata adesione a Gesù Cristo, che si esprime nel tenere gli occhi “fissi su di lui”, come accadde nella sinagoga di Nazareth quando, citando il profeta Isaia, Gesù proclamò sé stesso come il vero Giubileo.

L’impegno della nostra comunità nel realizzare le "piccole speranze" dei suoi membri - la gioia dello stare insieme, il raggiungimento di traguardi importanti, la convivialità delle differenze - sono caparre della "grande speranza", quella "dell'infinita vita", verso la quale, come direbbe sant’Agostino, camminiamo cantando.

«Fiamma viva della mia speranza
questo canto giunga fino a Te!
Grembo eterno d’infinita vita,
nel cammino io confido in Te».