Pace con l'altro

martedì 27 ottobre 2026
Pace con l'altro

Napoli Don Bosco. 17 Ottobre 2026. Tanti giovani provenienti da ogni parte del Sud Italia, pieni di desideri, vissuti diversi, voglia di mettersi in ascolto e in discussione. È iniziato così il Rise-Up 2026/27, un percorso annuale missionario e vocazionale dell'Movimento Giovanile Salesiano, che quest'anno ci invita a riflettere sui temi della giustizia e dei conflitti accompagnati dalle parole del Salmo 85 "Dov'è tuo fratello? Giustizia e Pace si baceranno".
Il primo weekend missionario, svoltosi il 17 e 18 ottobre nell'oratorio Don Bosco di Napoli, ci ha dato la possibilità di riflettere sul tema della Pace con l'altro. Dopo la calorosa accoglienza in oratorio, ci siamo diretti a Forcella, nel cuore di Napoli, per visitare la Biblioteca dedicata ad Annalisa Durante, una ragazza di appena quattordici anni, uccisa il 27 marzo 2004 durante uno scontro armato tra esponenti della camorra.
Qui abbiamo conosciuto don Tonino Palmese, sacerdote salesiano e presidente della fondazione Polis, Giuseppe Perna, presidente dall'associazione Annalisa Durante, Giannino Durante, padre di Annalisa, e Anna, moglie di Patrizio Falcone, ucciso a seguito di un accoltellamento, persone che, attraverso storie e vissuti diversi, ci hanno mostrato come il dolore possa trasformarsi in qualcosa di generativo, capace di restituire vita e opportunità agli altri.
È proprio dal desiderio di Giannino, conosciuto come lo spacciatore di libri, di continuare a far vivere sua figlia attraverso le sue passioni che, nel 2015, è nata la biblioteca popolare, diventata un luogo di incontro e rinascita per il Forcella, un quartiere che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso le sue ferite.
Annalisa scriveva. Scriveva delle sue paure, del desiderio di andare via da una città in cui non si sentiva più al sicuro, di quanto fosse ingiusto quello che accadeva intorno a lei. Le pagine del suo diario sono state raccolte, dopo la sua morte, in un volume che abbiamo avuto la possibilità di sfogliare, il suo non è rimasto un nome di cronaca ma quello di una ragazza con una vita davanti, che aveva ancora tanto da raccontare.
Anche la testimonianza di Anna ci ha permesso di entrare in questa complessità, durante il suo racconto siamo rimasti molto colpiti quando ha detto che il dolore insegna la bontà, nonostante quanto ha vissuto, ha scelto di non chiudersi nel proprio dolore, ma di trasformare l’amore condiviso con Patrizio in qualcosa che potesse continuare a raggiungere gli altri. Fare memoria, portare con sé il ricordo di persone che non ci sono più, non significa rimanere ancorati al passato, ma assumersi la responsabilità di ciò che è possibile ancora cambiare. Le storie di Annalisa e Patrizio si sono interrotte troppo presto, ma continuano a vivere negli sguardi, nelle parole e nelle azioni di chi le ha voluto bene e chi sceglie ogni giorno di impegnarsi per qualcosa di diverso.
Le testimonianze ascoltate ci hanno introdotti al tema della giustizia riparativa, approfondito nel pomeriggio con Maria, una prospettiva che non cancella la responsabilità e non pretende il perdono, ma si interroga sulle ferite provocate dal male e sulla possibilità di creare spazi di ascolto e riconoscimento dell’altro. Il confronto con il sistema preventivo di Don Bosco ci ha ricordato quanto, da animatori e educatori salesiani, sia fondamentale imparare a riconoscere l'umanità dell'altro, a guardare oltre gli errori, riconoscendo il valore di ogni ragazzo e accompagnandolo nelle sue fragilità.
In serata, dopo un momento di fraternità, abbiamo vissuto l'adorazione eucaristica, accompagnati dalle parole del Vangelo di Matteo “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”, abbiamo affidato al Signore le storie ascoltate, le relazioni che viviamo quotidianamente e sulla nostra capacità di riconoscere nell'altro un fratello.
La domenica mattina abbiamo incontrato Giovanna e Salvatore, insieme ai loro due figli, una famiglia nata e cresciuta nell'oratorio salesiano di Torre Annunziata. Attraverso il racconto della loro quotidianità, delle semplicità della vita familiare, fatta di gioie, incomprensioni e difficoltà, ci hanno mostrato come la pace non sia semplicemente assenza di conflitti, ma dipenda dal modo in cui scegliamo di affrontarli perché è inevitabile nelle relazioni incontrare le differenze dell’altro e fare i conti con le proprie fragilità, ma è proprio lì che siamo chiamati ad ascoltare, perdonare e riconoscere il valore di chi abbiamo accanto.
Seppur diverse nella loro complessità, le testimonianze che abbiamo ascoltato durante questi due giorni ci hanno mostrato che la pace non nasce dall'assenza di difficoltà o di ferite, ma dalla scelta di riconoscere nell'altro una persona da incontrare e di cui prendersi cura. Perché non possiamo desiderare un mondo più giusto senza essere disposti a cambiare qualcosa nel nostro modo di vivere le relazioni, a partire dai piccoli gesti quotidiani. Forse è proprio lì che giustizia e pace possono davvero incontrarsi.

 

Emanuela Pecoraro