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Festa Giovani MGS
Nei giorni 25 e 26 aprile si è svolta la Festa Giovani, presso l’Opera salesiana di Napoli Don Bosco. Sono stati due giorni intensi, a coda della Festa Ispettoriale, dedicati interamente ai giovani dai 16 anni in su degli Oratori SdB e FMA del Sud Italia, Albania, Kosovo e Montenegro, che hanno avuto modo di confrontardi sul tema della fragilità, della salvezza e della rigenerazione, con lo slogan “Maneggiare con cura”. Questo tema ha immaginato ogni giovane come una “barca di carta”: leggera e delicata, spesso stropicciata dalle mareggiate di eventi, pensieri e fatiche quotidiane, ma ancora capace di restare a galla. Quelle pieghe raccontano fragilità, paure, cadute e tutti i segni che la vita ha lascia dentro ciascuno, trasformandosi anche in tracce di resistenza, crescita e speranza. Sulla scia di questo tema sono state ascoltate esperienze profondamente umane e autentiche, condivise storie vere nei laboratori e nei momenti artistici, attraversato vicoli e scoperto bellezze artistiche, affidando a Dio ferite, fragilità e domande, nella consapevolezza che proprio da quelle crepe possa nascere qualcosa di nuovo.
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Rigenerarsi per generare: Francesca De Stefano e Santo Versace
Tra i momenti più intensi della festa c’è stata la testimonianza di Francesca De Stefano e Santo Versace, che hanno raccontato la loro storia di sofferenza, guarigione e rinascita. Francesca ha condiviso il lungo percorso segnato dai disturbi alimentari, vissuti come un vero inferno interiore. Una sofferenza profonda attraversata insieme al marito Santo, rimasto accanto a lei con fedeltà e amore. Poi la svolta: una preghiera semplice, quasi gridata, e una nuova consapevolezza che cambia il modo di guardarsi.
«Le cose di prima sono passate»: una parola del Vangelo che diventa esperienza concreta di guarigione e rinascita. Da quel momento Francesca scopre di essere amata e di essere nata per amare. Quella fame interiore, che sembrava impossibile da colmare, trova finalmente una risposta.
Anche Santo racconta il proprio cambiamento: una vita vissuta senza una direzione precisa che, attraverso l’incontro con Francesca, si apre progressivamente agli altri. Insieme comprendono che la loro storia può diventare dono per chi soffre. Nasce così il loro impegno concreto accanto ai più fragili: giovani, detenuti, famiglie ferite, donne in difficoltà. Non hanno avuto figli biologici, ma hanno scoperto una forma di paternità e maternità ancora più grande: diventare presenza e casa per tanti.
Dai progetti nel carcere di Secondigliano, dove si ricostruiscono legami tra genitori detenuti e figli, fino alle iniziative in Kenya per l’autonomia e la dignità delle donne, il loro messaggio è stato chiaro: prendersi cura degli altri rigenera anche noi stessi.
La poetica della fragilità nella musica di Gnut
Anche la musica può diventare uno spazio di rinascita. Lo ha raccontato il cantautore napoletano Gnut, all'anagrafe Claudio Domestico, condividendo insieme alla sua chitarra la propria esperienza umana e artistica. Cresciuto ad Arzano, in un contesto complesso, Gnut scopre la musica quasi per gioco, iniziando a suonare la chitarra del fratello a soli quattordici anni. All’inizio tiene per sé le canzoni più intime, quelle che parlano davvero di lui. Poi, un giorno, trova il coraggio di condividerle e comprende qualcosa di fondamentale: raccontare le proprie fragilità crea empatia e permette agli altri di sentirsi meno soli. La musica diventa così un modo per esporsi senza maschere. Attraverso il brano "Quello che meriti", Gnut riflette sul significato del dolore:
“E non lo sapremo mai
a cosa servirà
tutto questo dolore che ci accompagna…”
Il dolore, racconta, non è qualcosa di inutile: può renderci più sensibili alla bellezza, più veri, più umani. Dopo aver attraversato momenti difficili, si riesce persino a “sentire più forte il profumo del mare”: la vita acquista un’intensità nuova. Da qui il legame con il tema della festa. “Maneggiare con cura” diventa la metafora delle nostre emozioni più profonde, delle parti più delicate e autentiche di noi stessi. Perché ciò che è fragile non va scartato, ma custodito.
Particolarmente toccante è stato anche il racconto dietro al brano "Nu poco 'e bene", nato pensando a donne spesso invisibili e lasciate sole. Una canzone che invita a fermarsi, a concedersi un momento di amore e dignità. Infine, il messaggio rivolto ai giovani è arrivato diretto e senza filtri: «non vergognatevi delle vostre fragilità. Abbiate il coraggio di viverle e trasformarle. Perché la bellezza passa proprio attraverso le crepe».
I laboratori della rinascita, il DB Spark e don Antonio Loffredo
Il pomeriggio della Festa Giovani si è trasformato in un grande laboratorio di creatività condivisa. Divisi in gruppi, i ragazzi hanno costruito insieme una grande imbarcazione di cartone utilizzando materiali di recupero. Non è stata soltanto un’attività manuale: ridare forma a materiali scartati è diventato simbolo di rinascita. Un invito concreto a credere che anche ciò che appare rotto o fragile possa tornare a vivere.
L’entusiasmo dei laboratori è poi esploso nello spettacolo del DB Spark con la storia di “Mimmo”, ragazzo fragile e coraggioso come una barca di carta, animato da musica, luci, movimenti di teatro-danza, body percussion e canti salesiani dal vivo; e con la forte testimonianza di don Antonio Loffredo.
Partendo dall’esperienza del Rione Sanità di Napoli, don Antonio ha raccontato come un territorio segnato per anni da isolamento e degrado possa rinascere attraverso relazioni autentiche e fiducia nei giovani. La sua scelta è stata chiara: smettere di custodire strutture vuote e iniziare invece a consegnare responsabilità ai ragazzi. “Affidare le chiavi” degli spazi, delle chiese e dei luoghi del quartiere per generare appartenenza e futuro. Da questa intuizione sono nate realtà come le cooperative “La Paranza” e “La Sorte”, che oggi coinvolgono decine di giovani nella valorizzazione culturale e sociale del territorio.
Particolarmente significativa è stata anche la testimonianza di Antonio, che ha affiancato padre Loffredo sul palco. Lui è un ragazzo del Rione Sanità, racconta che durante il lockdown aveva smesso di credere in sé stesso. L’incontro con padre Loffredo gli ha permesso di riscoprire il proprio valore e diventare guida turistica nelle catacombe del quartiere, fino ad arrivare a Bruxelles per il riconoscimento europeo ricevuto dalla cooperativa. La sua storia ha mostrato con forza che nessuno si salva da solo e che la speranza nasce sempre da qualcuno che decide di credere in te.
Uno dei momenti più intensi della Festa Giovani è stato indubbiamente il passaggio dallo spettacolo DB Spark all’Adorazione Eucaristica serale. Dopo la musica, i giochi e l’entusiasmo della festa, il clima è cambiato improvvisamente: dal rumore si è passati al silenzio. Un silenzio pieno, abitato, in cui ciascuno ha potuto rileggere ciò che aveva vissuto durante la giornata. È stato lì che il tema della “cura” ha trovato il suo significato più profondo: sentirsi accolti da Dio anche nelle proprie fragilità.
La fragilità come ricchezza: lo sguardo di suor Lidia
Suor Lidia Strzelczyk, Consigliera generale FMA, ha invitato i giovani a guardare la fragilità con occhi nuovi: non come un fallimento, ma come una parte essenziale della nostra umanità. Gesù stesso ha scelto la fragilità: si è fatto uomo, ha sofferto, è stato ferito. Ed è proprio lì che si è manifestato l’amore più grande. Per questo ogni caduta può diventare un nuovo inizio. Nessuna ferita è troppo grande per essere abitata dalla speranza.
Don Bosco continua a vivere nei giovani
A concludere la festa è stato il messaggio di don Juan Carlos Perez Godoy, visitatore straordinario per conto del Rettor Maggiore. Osservando i giovani pregare durante l’Adorazione Eucaristica e condividere con gioia quei due giorni insieme, ha ricordato un episodio della vita di don Bosco: quando si ammalò gravemente, i suoi ragazzi iniziarono a pregare incessantemente per lui, offrendo qualsiasi sacrificio pur di vederlo guarire. Quando don Bosco si riprese, profondamente commosso, disse loro: «Vi devo la mia vita». Da quel momento comprese definitivamente che la sua esistenza apparteneva ai giovani. Ed è proprio questo il cuore dell’esperienza salesiana ancora oggi: don Bosco continua a vivere ogni volta che un giovane sceglie di credere nella vita, negli altri e nel bene.
La domanda che resta
Alla fine della Festa Giovani è rimasta una domanda semplice ma decisiva:
mi tratto davvero con cura?
Ci siamo scoperti un po’ tutti così: come barchette di carta. Fragili, leggere, a volte stropicciate dalle onde della vita, ma ancora in cammino. Le pieghe raccontano le nostre fatiche, le cadute, le paure che spesso cerchiamo di nascondere. Eppure continuiamo a galleggiare, a cercare un approdo, a lasciarci attraversare dalla speranza. Forse “maneggiare con cura” significa proprio questo: non fingere che vada sempre tutto bene, ma imparare a stare dentro ciò che viviamo senza scappare. Accogliere le nostre fragilità senza vergognarcene. Perché spesso è proprio lì, nei punti più fragili della nostra vita, che nasce qualcosa di nuovo. È lì che Dio entra e trasforma le tempeste in possibilità di rinascita.
Le storie ascoltate durante questi giorni non erano perfette né filtrate. Erano storie vere. E tutte, in modi diversi, dicevano la stessa cosa: si può rinascere.
La segreteria MGS

